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C’è sempre un ottimo motivo per non investire. I mercati scendono, l’inflazione morde, le guerre fanno paura, le banche centrali alzano i tassi, arrivano recessioni, elezioni, crisi finanziarie, pandemie e, se proprio non c’è altro, Plutone smette di essere un pianeta. Ogni volta sembra che sia diverso. Ogni volta sembra ragionevole aspettare tempi più tranquilli.
Il problema è che i tempi tranquilli, sui mercati, non esistono. E soprattutto che aspettare l’assenza di paura è spesso il modo più efficace per non iniziare mai.
Questo non significa che investire sia una passeggiata, né che sia impossibile perdere denaro. Significa una cosa più semplice e più importante: se avete un orizzonte lungo, un portafoglio diversificato e una strategia coerente con la vostra situazione, la volatilità non è un’emergenza da cui scappare. È il prezzo da pagare per avere rendimenti potenzialmente superiori all’inflazione nel lungo periodo.
Il rendimento mirabolante che, fatti i conti, fa abbastanza schifo
Partiamo da una scena purtroppo molto comune. Un consulente patrimoniale, impeccabile nel completo elegante e probabilmente seduto in un ufficio con vista su Milano, mostra il risultato di una polizza vita di investimento. Un cliente ha messo 100.000 euro nel 2013 e, dieci anni dopo, si ritrova con un rendimento complessivo del 40%.
Detta così sembra una bella storia. Quarantamila euro di guadagno, crescita costante, niente drammi, niente oscillazioni da mal di stomaco. Il prodotto perfetto per navigare mercati agitati, no?
No. O, quantomeno, prima di applaudire bisogna fare i conti per bene.
Un rendimento del 40% in dieci anni non equivale al 4% annuo. Gli investimenti funzionano con l’interesse composto, quindi il rendimento va annualizzato correttamente:
Rendimento annuo = (1 + rendimento totale)^(1/anni) - 1
Applicando la formula, quel 40% in dieci anni diventa circa il 3,4% annuo lordo. Già meno epico del numerone piazzato nella presentazione commerciale, ma non abbiamo ancora finito.
Quel 3,4% è prima dei costi. E i prodotti assicurativi finanziari sono spesso tra le creature più costose che popolano il pianeta degli investimenti. Per essere estremamente generosi, immaginiamo un costo annuo dell’1,5%, una cifra che per prodotti di questo tipo potrebbe perfino essere ottimistica. Il rendimento netto scenderebbe intorno all’1,9%, diciamo pure 2% per carità cristiana.
Con 100.000 euro investiti, dopo dieci anni il capitale diventerebbe circa 122.000 euro. Meglio di niente? Certamente. Ma il confronto corretto non è con il niente. Il confronto corretto è con il potere d’acquisto iniziale e con le alternative disponibili.
L’inflazione: il ladro silenzioso che non si vede sul conto
Il saldo del conto può crescere e voi potete comunque diventare più poveri. Questa è una delle verità più fastidiose della finanza personale.
Per mantenere nel 2023 lo stesso potere d’acquisto di 100.000 euro del 2013 sarebbero serviti circa 125.000 euro. Quindi, persino assumendo costi molto più bassi di quelli che spesso si trovano nei prodotti assicurativi di investimento, il cliente dell’esempio avrebbe finito per avere un capitale nominalmente più alto ma un potere d’acquisto inferiore a quello di partenza.
Una polizza può anche evitare oscillazioni evidenti sul rendiconto, ma la mancanza di volatilità apparente non equivale automaticamente a sicurezza economica. Se il rendimento netto non batte l’inflazione, il danno è solo più elegante, più lento e più difficile da notare.
È questo il punto che banche, assicurazioni e reti commerciali tendono a presentare con meno entusiasmo: i loro prodotti possono essere rassicuranti, ma la rassicurazione ha un prezzo. E talvolta il prezzo è una perdita reale di ricchezza.
Un confronto con un portafoglio semplice e diversificato
Il decennio 2013-2023 è stato generalmente favorevole ai mercati, nonostante le sue belle turbolenze. In un periodo del genere, usare come argomento commerciale un rendimento moderato e presentarlo come un trionfo difensivo è piuttosto curioso.
Perfino un portafoglio molto prudente, composto per il 70% da obbligazioni e per il 30% da azioni, avrebbe potuto rendere circa il 4,3% all’anno nello stesso intervallo. Con 100.000 euro iniziali, la differenza finale rispetto al prodotto assicurativo sarebbe stata nell’ordine di quasi 20.000 euro, prima ancora di entrare davvero nel merito dei costi effettivi.
Ora immaginiamo che nel 2013 l’investitore avesse 50 anni e applicasse una semplice logica di asset allocation: una quota azionaria significativa, ridotta gradualmente con il passare del tempo, e il resto in obbligazioni. Un portafoglio globale al 65% azionario e al 35% obbligazionario avrebbe ottenuto circa il 7,8% annuo nel decennio considerato.
Il risultato teorico di 100.000 euro investiti sarebbe stato attorno a 227.000 euro nominali, circa 180.000 euro in potere d’acquisto comparabile a quello del 2013. Non è una promessa per il futuro, ovviamente. È un modo per capire quanto possa costare rinunciare alla crescita nel tentativo di evitare ogni oscillazione.
Non esistono investimenti universalmente buoni o cattivi. Esiste però un confronto imprescindibile: come si è comportato il vostro investimento rispetto al mercato e al rischio che stavate assumendo? Se i mercati salgono molto e il vostro prodotto fa benino, o malino, non basta dire che il segno è positivo. Bisogna chiedersi chi si sta prendendo la fetta più grossa della torta.
Quando chi vende guadagna dal prodotto, fate attenzione
Un principio brutale ma utile è questo: quando qualcuno vi vende un investimento e guadagna direttamente da quell’investimento, avete già una buona ragione per analizzarlo con sospetto.
Non significa che ogni consulente sia disonesto o che ogni prodotto a pagamento sia automaticamente inutile. Significa che gli incentivi contano. Se la remunerazione di chi vi propone una soluzione dipende dal fatto che voi la sottoscriviate, il rischio di ricevere una narrazione selettiva aumenta parecchio.
I numeri possono essere tecnicamente veri e allo stesso tempo profondamente fuorvianti. Basta mostrare il rendimento cumulato invece di quello annualizzato. Basta omettere costi, fiscalità e inflazione. Basta scegliere un periodo favorevole. Basta non confrontare il prodotto con alternative semplici, trasparenti e meno costose.
La matematica finanziaria non è magia nera, ma può diventare un ottimo generatore di fumo negli occhi. Per questo ogni rendimento va smontato: lordo o netto? Annualizzato o cumulato? Al netto dell’inflazione? Rispetto a quale benchmark? Con quali costi? Con quali vincoli di uscita?
La volatilità non è un segnale per correre ai ripari
Nei mesi tra agosto e ottobre 2023, azioni e obbligazioni hanno sofferto insieme. L’S&P 500 e il Nasdaq sono entrati in correzione, cioè hanno perso oltre il 10% dai loro massimi precedenti. Per un investitore europeo, il cambio euro-dollaro ha aggiunto un ulteriore elemento di distorsione nel breve periodo.
In quella fase, un portafoglio poteva tranquillamente perdere il 5% o anche di più. E sì, quando il proprio patrimonio fa meno 1%, dentro di noi può calare il buio cosmico. È normale. Ma un’emozione normale non deve necessariamente produrre una decisione finanziaria sensata.
Le difficoltà dei mercati nascevano anche da un paradosso: l’economia statunitense cresceva molto velocemente. Una crescita forte può alimentare inflazione persistente, spingendo la Federal Reserve a tenere i tassi elevati più a lungo. Tassi alti possono pesare sia sulle azioni sia sulle obbligazioni. Quanto sarebbe durata quella fase? Nessuno poteva saperlo davvero.
Ma per chi investe con un orizzonte pluriennale, la domanda decisiva non è “cosa succederà il prossimo trimestre?”. La domanda è “la mia strategia è ancora coerente con i miei obiettivi?”.
Se la risposta è sì, un ribasso può perfino essere una buona notizia durante la fase di accumulo. Quando comprate periodicamente quote di un ETF, prezzi più bassi significano più quote acquistate con la stessa cifra.
Se avete programmato di investire 2.000 euro in un ETF sull’S&P 500, comprare quote a 70 euro invece che a 80 euro significa accumularne di più. È vero che un prezzo alto può farvi sentire brillanti perché il mercato sale. Ma se il vostro obiettivo è costruire capitale nel tempo, comprare a prezzi più bassi dovrebbe rendervi almeno altrettanto sereni.
Buffett e gli hamburger: perché comprare azioni a sconto dovrebbe piacervi
Warren Buffett usa un esempio semplice: se amate gli hamburger, siete più felici quando la carne costa di più o di meno? Ovviamente di meno, perché potete comprarne di più con lo stesso denaro.
Con le azioni, molte persone ragionano al contrario. Quando i prezzi salgono sono entusiaste, quando scendono vanno in panico. Ma finché state accumulando capitale e siete acquirenti netti, una discesa dei mercati non è necessariamente una tragedia. È la possibilità di comprare quote di aziende globali a valutazioni inferiori.
Questo non vuol dire festeggiare una crisi economica o ignorare il rischio. Vuol dire distinguere tra l’oscillazione momentanea di un prezzo e il valore di lungo periodo di un piano d’investimento.
Cosa raccontano quasi cento anni di mercati
La storia non garantisce il futuro, e chiunque dica il contrario sta probabilmente cercando di vendervi qualcosa. Però ignorare completamente la storia sarebbe altrettanto sciocco.
Sulla base delle performance storiche dell’S&P 500, un investimento azionario iniziato il primo gennaio aveva circa il 73% di probabilità di essere positivo a fine anno. Su tre anni la probabilità storica saliva all’84%; su cinque anni all’88%; su dieci anni al 94%.
Su orizzonti di vent’anni, fino a oggi, non si è verificato un periodo concluso sotto il punto di partenza per l’indice statunitense. Questo non significa che non potrà mai accadere. Significa che allungare l’orizzonte temporale ha storicamente ridotto in modo importante il rischio di chiudere in perdita.
Un semplice backtest di un portafoglio 60-40, composto da 60% azionario globale e 40% obbligazionario globale, per un investitore europeo mostra quanto conti il fattore tempo. Negli ultimi trent’anni, investendo mensilmente una cifra fissa, esiste un solo decennio consecutivo terminato in negativo: dal gennaio 1999 al dicembre 2008.
Non proprio un periodo qualsiasi. In mezzo c’erano lo scoppio della bolla dot-com e la grande crisi finanziaria culminata nel fallimento di Lehman Brothers. Eppure, già l’anno successivo quel portafoglio sarebbe tornato positivo. Nel decennio più favorevole, dal 2012 alla fine del 2021, lo stesso modello avrebbe reso quasi il 10% annuo, nonostante Brexit e pandemia.
Ventisei anni, ventisei ragioni per vendere tutto
Dal 1998 in poi non è mai mancata una ragione plausibile per uscire dai mercati. C’erano il default russo e la crisi asiatica. Poi la paranoia per il Millennium Bug. Poi la bolla delle dot-com, l’11 settembre, gli scandali contabili delle grandi multinazionali americane e l’invasione dell’Iraq.
Abbiamo attraversato rialzi dei tassi, l’uragano Katrina, l’inizio della crisi immobiliare, il fallimento di Lehman Brothers, una recessione globale e livelli record di disoccupazione. Sono arrivate la crisi greca, il flash crash di Wall Street, il rischio default per vari Paesi europei, le tensioni sul debito americano, l’ISIS e i timori di deflazione globale.
Poi Brexit, Trump, Corea del Nord, guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, rallentamento globale, Covid-19 e lockdown. Ancora inflazione, blocchi dell’economia cinese, invasione dell’Ucraina, tassi in impennata, tensioni tra Stati Uniti e Cina e guerra in Medio Oriente.
Ogni anno poteva sembrare quello sbagliato per investire. Eppure un portafoglio 60-40 dal 1998 a oggi avrebbe ottenuto un rendimento complessivo vicino al 270%.
Il mondo non smetterà di produrre crisi. Il mercato non smetterà di reagire in modo spesso isterico alle notizie. Ma abbandonare una strategia per ogni titolo di giornale inquietante significa trasformare la paura in una perdita permanente.
Le tre regole d’oro durante le fasi turbolente
1. Mantenete la rotta
Continuate a investire secondo il piano e l’asset allocation che avete definito. Il piano deve essere costruito prima del panico, non durante il panico. Se ogni oscillazione vi spinge a cambiare direzione, non avete una strategia: avete un rapporto tossico con le notifiche finanziarie.
2. Non vendete in perdita solo perché avete paura
Se possedete un ETF azionario globale o sull’S&P 500 e il valore è sceso, vendere per l’ansia trasforma una perdita teorica in una perdita reale. Naturalmente esistono casi in cui una strategia va rivista, per esempio se cambiano obiettivi, reddito, necessità di liquidità o capacità di sopportare il rischio. Ma vendere perché “stavolta sembra davvero grave” è esattamente ciò che gli investitori fanno da sempre, spesso nel momento peggiore.
3. Ribilanciate, senza diventare matti
Il ribilanciamento serve a riportare il portafoglio alla sua asset allocation originaria. Se avete scelto un 60-40 e, dopo una lunga corsa azionaria, vi ritrovate con un 75-25, il vostro profilo di rischio è cambiato. Ha senso vendere parte dell’asset che è salito e aumentare quello rimasto indietro.
Durante un forte crollo azionario, potrebbe accadere il contrario: le obbligazioni reggono o salgono mentre le azioni scendono molto. Ribilanciare significa vendere una parte di ciò che ha tenuto meglio per acquistare azioni a prezzi più convenienti. Non è una previsione del mercato, è disciplina.
Non serve farlo ogni due settimane. Una verifica annuale può essere sufficiente, oppure si può intervenire quando l’allocazione devia in modo significativo, per esempio quando un 60-40 diventa 75-25. Nella fase di accumulo, il ribilanciamento può essere effettuato semplicemente indirizzando i nuovi versamenti verso l’asset rimasto indietro, senza vendere e senza generare imposte. Con patrimoni più grandi e orizzonti temporali più brevi, vendere parte dell’asset cresciuto può invece essere più appropriato.
La pazienza è una strategia, non un tratto caratteriale
Nel breve periodo, il mercato azionario assomiglia a una macchina che conta voti: riflette opinioni, paure, entusiasmi e narrative del momento. Nel lungo periodo diventa una bilancia, perché prima o poi pesano gli utili delle aziende, l’economia reale, l’innovazione e la capacità delle imprese di creare valore.
Non serve indovinare il prossimo minimo. Non serve sapere quando inizierà il prossimo mercato rialzista. Serve costruire un portafoglio solido, diversificato e adeguato alla propria vita, poi lasciargli il tempo di fare il suo lavoro.
Il mercato trasferisce denaro dagli impazienti ai pazienti. È una frase famosa perché è terribilmente vera. Le banche e le assicurazioni venderanno sempre prodotti “sicuri” e “garantiti”, dove la parte più sicura e garantita è spesso il loro ricavo. Voi fate i conti, considerate l’inflazione, controllate i costi e non fatevi ipnotizzare dai numeroni.
Le tempeste arriveranno. La domanda non è se arriveranno, ma se il vostro piano è pronto a sopravvivere anche quando arrivano.
Nota importante: investire comporta rischi e non esistono rendimenti garantiti. Gli esempi storici e gli ETF citati hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono raccomandazioni di investimento. Prima di investire, è necessario comprendere pienamente strumenti, costi, rischi e coerenza con la propria situazione finanziaria.
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