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IPO SpaceX: realtà vs hype (e la mia strategia)

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Ci sono momenti in cui una storia finanziaria smette di sembrare finanza e inizia ad assomigliare a una sceneggiatura. Questa, sinceramente, è una di quelle storie.

Non stiamo parlando soltanto di razzi, satelliti, internet dallo spazio o intelligenza artificiale. Stiamo parlando di un'IPO mastodontica, di una valutazione fuori scala, di asset eterogenei infilati nello stesso contenitore con una logica che definire creativa è generoso, e di un mercato che sembra ormai incapace di interessarsi a qualcosa che non prometta una rivoluzione cosmica.

Il punto non è capire se SpaceX sia un'azienda importante. Lo è. Il punto è capire quanto di questa storia sia business reale e quanto invece sia una narrazione costruita su possibilità lontane, prezzate oggi come se fossero già realtà.

Vale quindi la pena fare ordine: i numeri sono tanti, i pezzi si intrecciano, e il rischio è leggere il nome SpaceX e pensare automaticamente a un'azienda spaziale. In realtà, dentro quel nome oggi c'è molto di più. E forse il problema parte proprio da lì.

La IPO che vuole riscrivere i record

SpaceX debutta sul Nasdaq il 12 giugno 2026 sotto il ticker SPCX, con un collocamento da circa 75 miliardi di dollari, un prezzo indicativo di 135 dollari per azione e una valutazione tra 1,7 e 1,8 bilioni di dollari. Sarebbe la più grande offerta pubblica iniziale mai realizzata.

Per dare un riferimento, il primato storico apparteneva a Saudi Aramco nel 2019, con una raccolta di circa 29 miliardi. Qui non si tratta di superare il record di poco: si tratta di polverizzarlo, oltre due volte e mezza.

Ma il vero nodo non è la dimensione dell'IPO. Il vero nodo è cosa c'è dentro SpaceX oggi e quanto sia credibile la valutazione richiesta.

Che cosa fa davvero SpaceX

L'azienda riporta in tre segmenti, e quello più iconico non è quello che produce i risultati economici migliori. Nel 2025 il gruppo ha generato 18,7 miliardi di ricavi consolidati, 

chiudendo però in perdita netta di 4,9 miliardi. La composizione dei ricavi parla chiaro: Starlink vale il 61% del fatturato, i lanci il 22%, l'AI il 17%.

1. La divisione Space

È la divisione che dà il nome all'azienda: sviluppa e impiega i lanciatori (Falcon 9, Falcon Heavy, Dragon), con contratti commerciali, civili e governativi, incluse le missioni verso la Stazione Spaziale Internazionale. Nel 2025 ha generato circa 4,1 miliardi di ricavi, restando però in perdita, con circa 3 miliardi assorbiti dalla ricerca e sviluppo su Starship.

Non è una divisione “sbagliata”: è un business capital intensive all'estremo. Per decenni lo spazio è stato dominio quasi esclusivo degli Stati proprio per questo. Nella visione futura compaiono lanci più frequenti, cargo lunare, energia extraterrestre, turismo spaziale, collegamenti punto-punto via orbita, persino Marte. Il problema è che molte di queste prospettive oggi non sono mercati maturi. Alcune non sono mercati e basta.

2. La divisione Connectivity, cioè Starlink

Qui c'è il vero motore economico. Starlink ha alzato lo standard dell'internet satellitare per velocità, qualità e stabilità. E funziona sul serio: nel 2025 ha prodotto 11,4 miliardi di ricavi e 4,4 miliardi di utile operativo, con fatturato in crescita del ~50% a/a e utile operativo più che raddoppiato. Al 31 marzo 2026 contava circa 10,3 milioni di abbonati in 164 Paesi, supportati da ~9.600 satelliti.

Tradotto: Starlink è oggi l'unico pezzo dell'azienda che genera utili veri.

Una precisazione conta: Starlink beneficia di appartenere allo stesso gruppo che lancia i satelliti, senza pagare a terzi il prezzo pieno di mercato. È una sinergia legittima, ma rende più difficile valutare le divisioni separatamente. È come un ristorante che possiede l'azienda agricola che lo rifornisce: guardando solo l'azienda agricola i margini sembrano mediocri; guardando il sistema, capisci che quel pezzo serve a far prosperare l'altro.

3. La divisione AI

E qui iniziano i problemi seri. La divisione comprende Grok, X (l'ex Twitter, presentata anche come fonte di dati) e la vendita a terzi della capacità di calcolo in eccesso dei data center. Nel 2025 ha generato 3,2 miliardi di ricavi a fronte di una perdita operativa di circa 6,35 miliardi: una macchina che consuma capitale a velocità impressionante.

Grok, per quanto noto, non risulta leader assoluto nei benchmark. Se la cava sul prezzo, ma non appare come il miglior sistema disponibile. La tensione è difficile da sciogliere: se non sei il migliore, devi competere sul costo; e competere sul costo in un mondo di modelli open-weights scaricabili in locale non è una passeggiata.

La parte più solida, per ora, sembra un'altra: l'affitto di potenza di calcolo. Se questa linea regge, il paradosso è curioso — forse il vero affare non è costruire l'IA dominante, ma incassare affittando i muri digitali a chi l'IA la sa fare meglio.

Il pasticcio X, xAI e SpaceX

Per capire perché molti storcono il naso bisogna guardare le operazioni societarie recenti. Musk compra Twitter nel 2022 per 44 miliardi. La piattaforma diventa X. X viene poi conferita a xAI. E xAI, a febbraio 2026, viene assorbita da SpaceX. In più passaggi, asset diversi e con valutazioni controverse sono finiti nello stesso contenitore.

Il punto non è l'eleganza dell'architettura. È che quando metti nello stesso gruppo attività solidissime, attività altamente speculative e asset di valore difficile da sostenere, crei un effetto zuppa: le parti deboli beneficiano della credibilità delle parti forti, e il mercato smette di comprare un singolo business per comprare una storia complessiva. Il problema nasce quando quella storia viene prezzata come se tutti i pezzi avessero già dimostrato il proprio valore.

Il mercato potenziale da 28,5 bilioni

Uno degli elementi più sorprendenti è il modo in cui viene raccontato il mercato indirizzabile totale. Secondo il prospetto, SpaceX punterebbe a un TAM da 28,5 bilioni di dollari, di cui ben 22,7 bilioni attribuiti alle applicazioni AI enterprise.

In altre parole, la narrativa della valutazione poggia soprattutto sulla divisione che oggi perde più soldi. E qui il discorso sfiora il surreale: tra le prospettive si citano data center AI 

in orbita alimentati a energia solare, lanciatori elettromagnetici lunari, miniere sugli asteroidi, energia lunare. Avere visione non è un difetto, anzi. Il punto è chiedersi dove finisca la visione e dove inizi il delirio valutativo. Un conto è immaginare scenari lontani; un altro è usarli per sostenere oggi multipli da capogiro davanti a investitori reali con soldi reali.

La valutazione: qui i numeri iniziano a urlare

A circa 1,75 bilioni su 18,7 miliardi di ricavi 2025, la valutazione equivale a circa 94 volte il fatturato. Non l'utile. Il fatturato. E con l'azienda in perdita di quasi 5 miliardi.

Anche tra i titoli americani più cari, numeri simili sono estremi. Un paragone ricorrente è Palantir, tra i multipli più tirati del mercato USA: eppure tratta a un price-to-sales inferiore, con la differenza non da poco di essere profittevole e con una dinamica economica più lineare. SpaceX, invece, ha una sola divisione molto redditizia — Starlink — e due aree che drenano capitale, soprattutto l'AI.

La domanda vera è semplice: cosa dovrebbe succedere perché questa valutazione abbia senso? La risposta è brutale: dovrebbe realizzarsi gran parte del futuro raccontato dall'azienda. L'AI dovrebbe smettere di bruciare miliardi, iniziare a produrre utili e diventare dominante — oppure trasformarsi in un business infrastrutturale di altissimo livello. Ad oggi i dati non lo mostrano con sufficiente chiarezza.

Perché gli analisti restano freddi

Quando persino analisti aperti verso le grandi IPO frenano, vale la pena ascoltare. Morningstar ha avviato la copertura con un fair value di 780 miliardi — meno della metà del target IPO — valutando ~611 miliardi i business core lancio e Starlink e relegando l'AI a scenari probabilizzati; il giudizio testuale è di società “significativamente sopravvalutata”, con punti d'ingresso migliori attesi dopo l'IPO.

La ragione del divario è centrale: la divisione AI viene vista come possibile fattore di distruzione di valore. Non c'è evidenza sufficiente per concludere che vincerà. E se non vince, il castello di aspettative inizia a tremare. In finanza vale una regola dura: il mercato può innamorarsi di una storia per un po', ma quando il prezzo incorpora già il finale perfetto, ogni imperfezione costa carissima.

Allora a chi serve questa IPO?

Se l'azienda è in perdita, se la valutazione appare estrema e se le componenti più speculative sostengono gran parte della narrativa, perché quotarsi adesso? L'ipotesi più discussa è anche la più cinica: fornire liquidità a chi è dentro da tempo.

In gergo, exit liquidity: il capitale fresco dei nuovi compratori consente ad azionisti storici, fondi e insider di monetizzare posizioni che sul mercato privato sarebbero più difficili da smobilizzare a certi prezzi. Il sospetto nasce anche dalla complessità dei passaggi tra X, xAI e SpaceX: la quotazione della holding finale rende improvvisamente vendibili quote che prima avevano un mercato ristretto. È il classico meccanismo in cui il contenitore quotato rende liquido ciò che prima liquido non era.

Il flottante minimo e il lock-up “creativo”

Due dettagli tecnici aumentano i dubbi. Il primo è il flottante: la porzione realmente messa sul mercato sarebbe circa il 3% del capitale. Pochi titoli disponibili significano maggiore volatilità potenziale e una massa enorme ancora in mano agli insider.

Il secondo è il lock-up. La struttura sarebbe scaglionata, con la prima finestra di vendita per gli insider che si apre già con la trimestrale Q2, attesa ad agosto 2026. Quando il flottante iniziale è minuscolo e le vendite interne possono partire presto, il rischio è che l'entusiasmo iniziale sostenga il prezzo giusto il tempo necessario a permettere uscite molto comode a chi aspettava da anni.

La questione indici: il dettaglio che può cambiare tutto

Quando un titolo entra in un indice importante, i fondi passivi che lo replicano devono comprarlo automaticamente — non perché lo ritengano conveniente, ma perché è il loro mestiere. Per un titolo come SpaceX l'effetto può generare una domanda gigantesca e quasi forzata. E qui c'è il punto: Morningstar segnala un percorso senza precedenti di inclusione nel Nasdaq-100 già 15 giorni di negoziazione dopo l'IPO.

Sull'altro fronte è arrivato un freno. L'S&P 500 mantiene un'impostazione più severa: non basta essere enormi, servono utili. L'ingresso in quell'indice quindi non sarebbe immediato. Ma il problema non scompare: gli indici total market hanno logiche diverse e, se un titolo è grande abbastanza, possono inserirlo in fretta. Risultato: SpaceX potrebbe finire in portafogli di milioni di risparmiatori via ETF, anche senza che molti se ne rendano conto.

Non è un'accusa alla gestione passiva. È un promemoria: anche con strumenti diversificati e sensati ci si può ritrovare esposti a titoli molto discussi, perché il meccanismo degli indici non giudica la sobrietà di una valutazione. Registra il mercato e lo replica.

Il problema non è SpaceX. È quello che racconta sul mercato

Si potrebbe pensare a un caso isolato legato a Musk, a un brand fortissimo e a una capacità unica di attrarre capitale attorno a visioni gigantesche. Ma il punto è più ampio: il mercato sembra aver perso interesse per la normalità. Un'azienda solida, profittevole, con bilanci leggibili, oggi appare quasi noiosa; un'azienda che promette data center orbitali e rivoluzioni totali attira multipli che sfiorano il religioso.

Il premio non va più solo a chi esegue bene, ma a chi racconta la storia più grande. E quando il capitale insegue la dimensione del sogno, la distinzione tra investimento e fede diventa molto sottile. Non significa smettere di credere nell'innovazione — al contrario. Ma c'è differenza tra finanziare l'innovazione e pagare oggi qualsiasi prezzo per un futuro ancora nebuloso.

Una lettura più sobria dei singoli pezzi

Guardando SpaceX non come mito ma come somma di business, il quadro diventa leggibile. Space è strategica, affascinante, tecnicamente straordinaria, ma economicamente dura: capitali enormi, orizzonti lunghissimi. Starlink è il gioiello vero: clienti, ricavi, utili, crescita, proposta di valore concreta. L'AI è il grande punto interrogativo: asset potenzialmente interessanti, soprattutto sul lato infrastrutturale, ma nel complesso divora capitale e non ha ancora dimostrato di meritare il ruolo centrale che le viene attribuito.

Se il mercato prezzasse l'azienda soprattutto per Starlink e per il potenziale di lungo periodo dello spazio, il dibattito sarebbe acceso ma ordinato. Il problema è che una fetta enorme dell'entusiasmo poggia su scenari AI e fantascientifici ancora lontani da una validazione economica seria.

 

La mia strategia: put, non short — e soprattutto, non subito

Fin qui l'analisi. Adesso la parte operativa, perché una tesi senza esecuzione resta un esercizio retorico. La mia posizione su SPCX si fonda su una distinzione che molti, nei primi giorni, ignoreranno: avere ragione sulla valutazione e avere ragione sul tempismo sono due cose diverse.

La tesi ribassista di valore è fondata: 94 volte i ricavi, perdita netta da quasi 5 miliardi, metà della valutazione retta dalla divisione che brucia più capitale. Ma il timing di breve è ostile, e va rispettato. Sul titolo agiscono due forze opposte, sfasate nel tempo.

Le due forze

Forza rialzista, immediata. Flottante al ~3%, appetito del mercato per l'infrastruttura AI, e soprattutto l'inclusione forzata nel Nasdaq-100 a 15 giorni di negoziazione dal debutto: acquisti meccanici e quasi automatici da parte di ogni fondo che replica il QQQ. Morningstar 

stessa, pur valutando il titolo 780 miliardi, si aspetta che la quotazione “regga e persino salga, almeno per un certo tempo”. Shortare contro questo flusso nelle prime settimane significa posizionarsi contro una domanda strutturale annunciata e datata.

Forza ribassista, differita. La pressione in vendita si costruisce dopo: quando scadono i lock-up scaglionati e si apre la prima finestra di uscita per gli insider, in concomitanza con la trimestrale Q2 attesa ad agosto 2026. È l'arrivo dell'offerta a incontrare un flottante prima artificialmente compresso. È questa, non il giorno 1, la finestra in cui la mia tesi può esprimersi.

La conclusione operativa

Non combatto la fase di domanda forzata. Mi posiziono sulla fase di offerta. Concretamente: acquisto di opzioni put con scadenza oltre agosto 2026, per coprire la finestra lock-up / Q2 earnings e la successiva price discovery. Lo strumento è la put — non lo short diretto, non i CFD — per una ragione di disciplina del rischio: la perdita massima è il premio pagato, nota in anticipo.

Perché non lo short diretto: su un flottante del 3% il prestito titoli sarà caro e razionato, con rischio concreto di short squeeze e di richiami di margine, e perdita teoricamente illimitata. Perché non i CFD: rischio di controparte, costo di finanziamento overnight e, da residente UE, leva sulle azioni cappata a 5:1 dall'ESMA. La put isola la tesi ribassista dentro un rischio definito.

Il vincolo tecnico che quasi nessuno considera

Le opzioni quotate non esistono il giorno del debutto. La regola generale OCC richiede cinque giorni di negoziazione sopra i 3 dollari; ma dal 2023, per le IPO con capitalizzazione pari o superiore a 3 miliardi, le opzioni possono partire già due giorni di negoziazione dopo il debutto — è successo con Arm, Instacart e Klaviyo. SPCX, a 1,75 bilioni, qualifica con ampio margine: attendo la catena opzioni entro pochi giorni dal 12 giugno, non il 12 stesso. Operare prima è semplicemente impossibile sul listato.

Come costruisco la posizione

Scadenza. Oltre agosto 2026, per non farmi tagliare fuori dal theta prima che la finestra di offerta si apra. Meglio comprare più tempo del necessario che troppo poco.

L'avvertenza decisiva: la volatilità implicita. Su un mega-IPO l'implied volatility sarà gonfiata, e questo significa premi cari e forte esposizione al vega. Se dopo l'assestamento 

l'IV si comprime, la put perde valore anche con il sottostante fermo. È il rischio principale di una put secca su un neo-quotato.

Per mitigarlo uso una put spread ribassista (acquisto una put, vendo una put più OTM): riduco il costo netto e l'esposizione al vega, in cambio di un payoff cappato. Su un titolo dove la mia convinzione è sulla direzione e sul timing, non sulla profondità del movimento, lo scambio è sensato. Strike leggermente OTM per la leva, sizing tale che il premio complessivo sia una perdita che posso assorbire senza scompormi: la probabilità e il tempismo restano incerti, e la size deve rifletterlo.

Cosa invaliderebbe la tesi

La disciplina sta qui, non nell'avere ragione. Chiudo o riduco se: il segmento AI mostra una svolta economica credibile (margini in miglioramento strutturale, non un trimestre fortunato); Starlink accelera oltre le attese al punto da giustificare da solo gran parte della valutazione; oppure il mercato assorbe l'ondata di offerta post-lock-up senza cedere. L'invalidazione va definita prima di aprire, non dopo aver perso.

Che cosa fare con tutto questo

La prima cosa è mantenere la testa fredda. Quando una storia diventa così grande da occupare tutto lo spazio mentale, si smette di ragionare in termini di prezzo e probabilità. La seconda è distinguere sempre tra azienda straordinaria e investimento straordinario: non sono la stessa cosa. Un'azienda eccezionale può essere un investimento pessimo se il prezzo è scollegato dai fondamentali.

La terza è ricordare una verità banale e impopolare: spesso l'approccio più sensato è il meno spettacolare. Aziende reali, flussi di cassa reali, ETF globali, portafogli costruiti con criterio. Niente miniere sugli asteroidi da infilare in un foglio Excel. Sembra meno romantico. Di solito è molto più sano. E quando si sceglie di esprimere una view direzionale — come la mia sopra — lo si fa con strumenti a rischio definito e con un'idea chiara di cosa ci darebbe torto.

Conclusione

SpaceX è una delle aziende più affascinanti del nostro tempo. Ha cambiato il settore spaziale, ha costruito un business satellitare che funziona davvero, opera su frontiere che pochi altri possono anche solo immaginare. Proprio per questo merita di essere analizzata con lucidità, non con devozione.

Una valutazione da quasi 2 bilioni, sostenuta in gran parte da segmenti che oggi perdono miliardi e da mercati che devono ancora nascere, non è una banalità. È una scommessa enorme. E più la scommessa cresce, più bisogna chiedersi se si stia ancora investendo in una tesi o semplicemente aderendo a un credo. Forse il vero tema non è nemmeno SpaceX: è che il mercato sembri ormai disposto a pagare qualsiasi cifra pur di non annoiarsi. Ed è questa, francamente, la parte che preoccupa di più.

 

Fonti

  1.  Capital.com, “SpaceX IPO targets June 2026 after SEC filing” — https://capital.com/en-int/learn/ipo/spacex-ipo
  2.  Cryptobriefing, “SpaceX targets mid-June 2026 IPO at $1.75T valuation” — https://cryptobriefing.com/spacex-ipo-june-2026-valuation/
  3.  Morningstar, “6 Charts on SpaceX’s Pre-IPO Financials” — https://www.morningstar.com/stocks/6-charts-spacexs-s-1-financials
  4.  Tomasz Tunguz, “SpaceX’s Limitless Ambition: An AI Conglomerate” — https://tomtunguz.com/spacex-s1-analysis/
  5.  Via Satellite, “SpaceX’s IPO Filing Gives First Look Into Financials” — https://www.satellitetoday.com/finance/2026/05/20/spacexs-ipo-filing-gives-first-look-into-companys-financials/
  6.  Sacra, “SpaceX revenue, valuation & funding” — https://sacra.com/c/spacex/
  7.  Hargreaves Lansdown, “Inside SpaceX’s IPO filing” — https://www.hl.co.uk/news/inside-spacexs-ipo-filing-revenue-starlink-ai-and-key-financials
  8.  Analytics Insight, “SpaceX IPO Plans $75B Raise” — https://www.analyticsinsight.net/news/spacex-ipo-plans-75-billion-raise-as-starlink-profits-fund-costly-ai-expansion
  9.  Investing.com, “SpaceX Is Quietly Becoming an AI Compute Company” — https://www.investing.com/analysis/spacex-is-quietly-becoming-an-ai-compute-and-orbital-infrastructure-company-200681776
  10.  Morningstar, “What Investors Need to Know About SpaceX’s IPO” — https://www.morningstar.com/stocks/spacex-what-investors-need-know-about-its-enormous-upcoming-ipo
  11.  TechTimes, “SpaceX IPO Opens Friday at 94 Times Sales” — https://www.techtimes.com/articles/317982/20260608/spacex-ipo-opens-friday-94-times-sales-morningstar-puts-fair-value-half-ask.htm
  12.  Yahoo Finance, “SpaceX valued at just $780 billion by Morningstar” — https://finance.yahoo.com/markets/article/spacex-valued-at-just-780-billion-by-morningstar-less-than-half-its-ipo-target-174617034.html
  13.  CNBC, “SpaceX worth less than half its $1.75T IPO target, Morningstar says” — https://www.cnbc.com/2026/06/03/morningstar-spacex-ipo-target-price-nasdaq.html
  14.  OCC, “Using exchange-listed options as a risk management tool for IPO stocks” — https://www.theocc.com/newsroom/insights/2017/12-12-using-exchange-listed-options-as-a-risk-mana
  15.  Investing.com/Reuters, “Wall Street shortens options trading wait period for new listings” — https://investing.com/news/stock-market-news/wall-street-exchanges-shorten-options-trading-wait-period-for-new-listings-93CH-3182188

 

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